Gay & Bisex
3. Alessandro e la prova del parcheggio
25.12.2025 |
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"Il liquido scorre rapidamente e comincia a colare ai lati della faccia, bagnandomi le mani e la maglietta..."
Ci incamminiamo per qualche minuto seguendo il muro perimetrico della grossa azienda, poi lo seguo dentro l’entrata di un parcheggio. Saliamo con l’ascensore ad un piano semideserto e si ferma dietro ad una parete di cemento che ci copre dalla vista diretta dell’ambiente principale.Alessandro si appoggia al muro. Lo zainetto sulle spalle stona leggermente sulla camicia ben stirata. Mi osserva in silenzio. Quando parla, non gesticola molto, ma il pomo d’Adamo si muove con decisione a ogni frase.
«Devo dirtelo… sono molto sorpreso da te», dice.
Sento il cuore accelerare e le mani mi si intrecciano davanti, senza sapere dove guardare.
«Quello che è hai fatto prima, in bagno…» fa una breve pausa, lo sguardo che scorre verso il parcheggio prima di tornare su di me. «Mi ha fatto capire che potresti essere la persona giusta per continuare a giocare con me.»
Il viso mi si scalda. Annuisco appena.
«Non sono ancora sicuro…» continua, il pomo d’Adamo che si muove. «Sei inesperto. Non so se riuscirai a essere all’altezza. Ma voglio darti una possibilità.»
Mi sento nervoso, quasi anestetizzato dall’emozione. La testa mi fischia leggermente, ho caldo e sudo.
«Vuoi continuare?» chiede.
Annuisco, imbarazzato.
Alessandro fa scivolare lentamente lo zainetto giù da una spalla, lo appoggia contro il muro tra noi due. «La motivazione c’è», dice, «ma prima di poter fare sul serio devi prepararti… specialmente alle quantità.»
Apre la zip lentamente e tira fuori un grosso dildo. Lo osservo, cercando di stimarne la lunghezza.
«Secondo te, quanto è grande?» chiede inclinando la testa.
«Venti centimetri», rispondo a tentativo.
Alessandro sorride appena e scuote la testa. «Quasi… ventidue.»
Poi mi chiede come sia la mia esperienza con calibri del genere.
«Sai l’ho preso da 22cm perché è quasi come il mio», aggiunge. «E il tuo? Come é messo?». Lui sorride, io non rispondo imbarazzato.
«Il tipo a cui l’hai segato c’è l’aveva grosso così?”
Nego con la testa.
«Visto? Devi fare un po’ di pratica», commenta, e mi mostra la base dell’oggetto. «Vedi cos’è questa? È una ventosa. Serve per attaccarlo al muro.»
Dopo un istante, lo ripone nello zaino. Subito dopo ne tira fuori qualcosa di completamente diverso: una bottiglia da mezzo litro di tè alla pesca di una nota marca.
«Seconda cosa importane è imparare bere», dice, porgendomi la bottiglia. «Hai caldo e sei teso.»
Non capisco o non voglio capire dove vuole arrivare. Guardo la bottiglia tra le mie mani ed è veramente una bottiglia di tè. Svito il tappo e bevo un sorso lungo; ho effettivamente sete e molto caldo.
Indica la bottiglia. «È importante bere molto e farlo in fretta, tutta, senza far cadere una goccia. È anche una questione di controllo, non solo di velocità.»
Annuisco, stringendo meglio la bottiglia.
Poi mi osserva ancora, con lo stesso tono misurato: «Fallo… in ginocchio. Così è più credibile.»
Il caldo mi sale al viso e sento il ronzio nella testa crescere. Stringo la bottiglia e piego lentamente le gambe, trovando una posizione stabile sulle ginocchia. Il cemento è duro.
Alessandro resta in piedi, appoggiato al muro, senza muoversi. «Calma», dice. «E attenzione.»
Inizio a bere, inclinando la bottiglia sopra la bocca. All’inizio va bene: deglutisco prontamente e il flusso scorre regolare.
«Bravo», dice lui, «ma nella realtà sarà più difficile gestire il flusso. Non puoi sempre fare da solo.»
Prende delicatamente la bottiglia e la distanzia leggermente dalla mia bocca. Il tè comincia a scivolare più liberamente, e devo adattarmi in fretta.
Il liquido comincia a colare ai lati, qualche goccia finisce sul collo e sulle mani, ma non smetto. Mi concentro completamente, deglutendo più velocemente, cercando di regolare il ritmo. Ogni movimento conta: inclinazione della bottiglia, respiro, deglutizione.
Alessandro mi osserva e annuisce quando riesco a recuperare il controllo, lasciando cadere il tè esattamente come richiesto. È un esercizio di precisione e coordinazione, un allenamento dove la pazienza e la concentrazione sono più importanti della velocità.
Continuo così fino a finire tutta la bottiglia, sudato, con il collo bagnato.
Alessandro sembra soddisfatto. «Bene», dice, «con la prima hai fatto davvero bene.»
Con la prima, cosa intende? Penso.
Dallo zaino tira fuori una seconda bottiglia. Questa volta non me la porge: la tiene lui, controllando fin da subito il flusso. La bottiglia è diversa, il tappo non fa clic quando si apre e c’è un po’ di schiuma.
«Questa sarà più difficile», commenta con un sorriso accennato.
Comincia a versarmela inclinando appena la bottiglia. Il liquido entra in bocca e subito sento che è tiepido e amaro. Non è piacevole come il tè dolce, non è chiaramente tè. Non mi risulta difficile capire, viste anche le sue fantasie in chat, che lui in quella bottiglia ci avesse pisciato. Non ho tempo di riflettere molto, lui comincia a versare nella mia bocca piena. Inizio a deglutire, concentrato, cercando di mantenere il ritmo.
Subito dopo, senza che me lo aspetti, aumenta l’inclinazione e il flusso diventa nettamente più veloce. Il liquido comincia a colare dai lati e finisce sui vestiti, bagnando il collo e la maglietta.
Mi concentro ancora di più: regolo la deglutizione, il respiro, ogni movimento. Non posso fermarmi, devo gestire il flusso mentre il liquido mi bagna.
Cerco di deglutire piccole quantità alla volta mantendo la bocca semi aperta. Quando finisce sento anche le prime tensioni allo stomaco.
Mi guarda e sorride appena. «Hai fatto davvero bene», dice. «Con la pratica migliorerai ancora.»
Poi aggiunge malizioso: «Sei già pronto per provare la bibita alla spina.»
Senza dire altro, porta le dita sulla zip dei pantaloni e tira fuori il suo cazzone, con un po di fatica visto un cenno di erezione. Si sporge leggermente verso di me e lo appoggia sul labbro, pronto a far partire il flusso.
Senza troppo preavviso mi tiene la testa comincia a pisciare. Il getto è intenso e costante, molto più difficile da gestire che dalle bottiglie. Il liquido scorre rapidamente e comincia a colare ai lati della faccia, bagnandomi le mani e la maglietta. Il mio stomaco, già pieno dalle “bevande” precedenti, fatica a contenere tutto.
Devo concentrarmi come mai prima: regolare la deglutizione, mantenere il ritmo e cercare di non perdere il controllo. La maglietta si bagna completamente, il collo è fradicio e la sensazione di pienezza nello stomaco rende tutto più faticoso.
Quando finalmente finisce, Alessandro sorride leggermente, soddisfatto. Rimette il cazzo dentro dentro lo zip dei chino con cura.
Poi mi porge lo zaino. «Dentro c’è una maglietta di ricambio», dice. «È importante avere sempre un cambio quando esci ad allenamento con me.»
Mi accarezza la testa con un gesto breve ma rassicurante, un piccolo segnale di approvazione, mentre nota compiaciuto la mia erezione tra le gambe. Poi si allontana, lasciandomi lì a riprendere fiato, sudato e bagnato.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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